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Bloc Party

 

I Bloc Party nascono nel 1998 dall'incontro al festival estivo di Reading fra Kele Okereke e Russell Lissack. A loro si uniscono il batterista Matt Tong e il bassista Gordon Moakes e il gruppo inizia a suonare con il nome di "Angel Range".

Nel 2002 la band cambia il nome in "Diet" e incide due brani definiti dalla rivista Drowned in Sound come "gli Strokes sotto anfetamina che incontrano i Cure". Nel 2003 cominciano a diffondere il primo demo sotto il nome di "Union", e vengono notati dai dj di Radio One che li assolderanno per una Live Session.

Cambiato definitivamente il nome in Bloc Party, la band riceve un buon consenso di pubblico, specie grazie a un concerto all'Electrowerkz organizzato dall'etichetta Domino records come gruppo spalla dei Franz Ferdinand.

Il gruppo pubblica poi due 7" distribuiti da label indipendenti, il loro primo singolo è stato She's Hearing Voices', ed è contenuto nell'album di debutto Silent Alarm, uscito nei primi mesi del 2005 sotto l'etichetta V2.

Il loro secondo album, A Week-end in the City, prodotto dal Jacknife Lee, è uscito il 5 febbraio 2007. L'album, anticipato dal singolo The Prayer uscito il 29 gennaio 2007, era già ascoltabile dalla loro pagina Myspace circa da due mesi prima dell'uscita. In contemporanea alla nuova uscita i Bloc Party partono per un mini-tour europeo. A week-end in the City, dice Kele Okereke, non vuole per nessuna ragione essere una sorta di Silent Alarm parte seconda; c'è più spazio per l'elettronica e le sperimentazioni rispetto all'album di debutto ed anche la critica concorda su un'evidente evoluzione del gruppo. I temi dei testi sono spesso di natura politica, quelli più cari ad Okereke, basati anche sui casi di razzismo in Gran Bretagna. Un altro tema affrontato è quello dell'omosessualità in canzoni come Kreuzberg. Il secondo singolo estratto è I still remember

 

Componenti

 

  • Kele Okereke, chitarrista e cantante
  • Russel Lissack, chitarrista
  • Matt Tong, batterista
  • Gordon Moakes, bassista

 

Discografia

 

Album

  • Silent alarm (2005)
  • Silent Alarm Remixed (2005)
  • A Weekend in the City (febbraio 2007)

Singoli

  • Little Thoughts / Tulips (2004)
  • Helicopter (2004)
  • So Here We Are / Positive Tension (2005)
  • Banquet (2005)
  • The Pioneers (2005)
  • Two More Years (2005)
  • Blue Light (2005)
  • The Prayer (2007)
  • I Still Remember (2007)

 

A Weekend In The City

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Ritorno col botto (commercialmente parlando) per i Bloc Party, gruppo che si rivelò un paio d'anni fa grazie a un esordio di alto livello quale "Silent Alarm". Un songwriting che sapeva unire uno spumeggiante entusiasmo a una profonda conoscenza della materia trattata fece innamorare molti di quel disco, ennesimo prodotto del revival new wave sì, ma tra le miriadi di 'next big things' periodicamente pompate dalla stampa d'oltremanica la loro proposta spiccava per serietà, consistenza e efficacia.

Al banco di prova del secondo album la giovane band guidata dalla voce, dal soul di Kele Okereke se la cava dignitosamente, apprezzabile soprattutto la volontà dei nostri di non ricalcare pedantemente il loro esordio, cercando invece soluzioni sonore meno dirette. L'ascolto del primo singolo estratto, "The Prayer" aveva però sollevato nel sottoscritto non poche perplessità: refrain orecchiabile senza dubbio ma il brano, traballante e un po' di seconda mano nel solco di gente come Tv On The Radio, faceva temere che questo "Weekend In The City" si traducesse in un passo falso. A conferma si prenda anche "Waiting For 7.18", tanto piacevole quanto vuota. Fortunatamente l'apertura "Song For Clay" ci ricorda il cristallino talento della band in questione, grande canzone al contempo vivace, trascinante e dolorosamente introspettiva.
Il resto dell'album non si spinge oltre le premesse contenute nell'introduzione, e non è poco per garantire un intrattenimento di soddisfacente spessore. E' poco invece per assicurare a questo album di arrivare fino in fondo senza mostrare qua e là segni di cedimento.

Innegabile che un brano come "Hunting For Witches" centri il bersaglio per la sua veste di robusto rock-wave, e non certo per i disturbini elettronici che lasciano il tempo che trovano. I ragazzi sembrano capirlo e con "Uniform" pennellano una ballata che trasuda classe e sicurezza da far invidia a tanti veterani del genere. Negli arrangiamenti un po' leziosi di "On" emergono comunque passione, anima, talento. Tre cosucce che nell'era degli Arctic Monkeys sono davvero tutto ciò di cui si sente il bisogno.
Poco importa se "Where Is Home?" perda il filo del discorso dopo dieci secondi, se più in generale l'album alla fine diventi fin troppo ripetitivo e verso la fine si sciolga nell'eleganza pop senza troppe pretese di "I Still Remember" e "Sunday". I Bloc Party ci sanno fare e nonostante il loro "Weekend In The City" resti un buon gradino sotto "Silent Alarm", Kele e soci vantano pur sempre un talento e una consapevolezza ben maggiori rispetto ai loro giovani "compagni di scena".
Ora che pure il grande pubblico li ha premiati (secondo posto nella classifica Uk), possiamo rimandarli alla prossima ed essere ugualmente tutti contenti. Loro per primi. Per chi vuole qualcosa in più, c'è sempre "Silent Alarm".

Culto della personalità, amicizia e indie rock.
I Bloc Party sono una delle band punk-rock londinesi che dalla fine del 2003 hanno calamitato maggiormente l'attenzione del pubblico e della critica. Cresciuti ascoltando i successi dei The Cure, dei Sonic Youth, dei Gang Of Four e di tutto il panorama british post-punk, i Bloc Party non si sono limitati solo all'imitazione, ma hanno trovato presto un proprio sound caratterizzato da un'acustica spigolosa e da una sensibilità pop.
Tutto comincia nel 1999 quando Kele Okereke, cantante e chitarrista del gruppo, e Russel Lissack, chitarrista, si incontrano al Reading Festival e scoprono di avere gli stessi gusti musicali oltre che diversi amici in comune. Decidono di mettere su una band e si chiudono in una stanza per mesi e mesi a scrivere e comporre. All'inizio del 2000 mettono un annuncio su NME per cercare un bassista a cui risponde Gordon Moakes.
Dopo tre anni e 8 batteristi arriva finalmente anche il quarto componente della band: Matt Tong. Il primo demo arriva all'inizio del 2003 firmato Union ma già a settembre il gruppo cambia nome dato che nell'East London c'è un'altra band che si chiama come loro. Il moniker che Kele & Co. scelgono è Bloc Party, ispirandosi alle feste irregolari che si tengono nei complessi residenziali (i cosiddetti "housing block parties").
Okereke, il membro più tenace del gruppo, crede nelle proprie capacità e in quelle dei suoi compagni di avventure così decide di inviare una copia del loro primo demo al quartetto Franz Ferdinand. Il gesto vale l'invito a suonare alle celebrazioni del decimo anniversario dell'etichetta Domino. L'anno seguente i Bloc Party incidono e divulgano alcuni singoli tra i quali "She's Hearing Voices", per la Trash Aesthetics, e "Banquet" e "Staying Fat", per la Moshi Moshi. Il successo del tour estivo è così grande che la band viene menzionata sulle pagine di importanti magazine, viene ospitata a suonare su MTV2 e su Radio 1 ma sopratutto ottiene un contratto con la Wichita.
All'inizio del 2005 esce "Silent Alarm", l'album di debutto che dopo una sola settimana ottiene il disco d'oro in Gran Bretagna. Dopo un mega tour, nel 2006 la band torna in studio di registrazione in compagnia del produttore Jacknife Lee (U2, Snow Patrol, Kasabian) e per i primi giorni del 2007 è pronto "The Prayer", il primo singolo. A febbraio "A Weekend In The City" arriva sugli scaffali dei negozi e, come dice lo stesso Okereke, "è l'incontro tra l'anima della musica elettronica contemporanea e l'energia industriale del rock", una sorta di viaggio nel passato ma con il malessere e lo straniamento di oggi.

 

 

Ci sono diversi modi per una band di evolversi tra un disco e l’altro. Perché non si cambia solo assumendo un altro stile oppure proponendo un suono diverso rispetto al passato. Si possono anche mantenere molti tra i propri segni distintivi ma fare in modo che le sensazioni date dal disco nuovo siano quasi in contrasto con quelle che finora erano state associate alla propria musica. Ed è quello che hanno fatto i Bloc Party, raccontandoci del loro weekend in città.

A livello di suono, infatti, è indubbia la continuità di questi nuovi brani con l’esordio di due anni fa, con una buona alternanza d’intensità della sezione ritmica, le chitarre che si producono in riff di grande impatto e pulizia quando il ritmo è alto, ed in arpeggi delicati quando basso e batteria si prendono una pausa, e la voce di Kele Okereke che sa accarezzare o graffiare a seconda della circostanza. Ma mai per un momento queste nuove canzoni raggiungono la carica e l’intensità di Silent Alarm, portando invece verso un risultato che, senza essere pessimista o tormentato, è decisamente più cupo e riflessivo.
Ovviamente una serie di dettagli tecnici è cambiata per far sì che ci fosse questo ribaltamento emozionale. Per prima cosa mancano i virtuosismi del batterista Matt Tong, che nell’esordio rappresentavano un importante valore aggiunto a tutti i brani; ma il fatto che qui il suo modo di tenere il tempo è molto più lineare non va visto come un’involuzione, ma come la capacità da parte del musicista di adattarsi allo scopo della band. Il songwriting infatti è strutturato in modo che non possano trovare posto quelle pulsioni improvvise che erano uno dei motori principali per alimentare le spinte emotive di due anni fa, ma anche questa minor fantasia compositiva non sembra un passo indietro, ma bensì il modo per rendere al meglio gli attuali stati d’animo degli autori. Conseguentemente anche il timbro vocale di Okereke è un po’ diverso, perché punta molto di più sulle tonalità basse e non arriva mai a liberare tutta la sua potenza, come invece spesso succedeva con i brani passati.

Certamente questo diverso modo di proporsi potrà risultare un po’ indigesto alla maggioranza degli estimatori di Silent Alarm, ma i Bloc Party riescono comunque a mantenere la capacità di fare canzoni che crescono ascolto dopo ascolto e risultano interessanti anche e soprattutto dopo molti passaggi nel lettore. Vedremo se i successivi lavori segneranno un’ulteriore perdita di intensità; quello che conta è che il livello qualitativo rimanga lo stesso, come è successo per questo secondo disco.

 

Dopo Interpol e Franz Ferdinand, quattro ragazzi londinesi cavalcano ancora l’onda del revival anni ‘80. Mescolando l’epicità di certa new wave a un’inequivocabile attitudine da dancefloor, i Bloc Party di Kele Okereke si sono rivelati tra i più credibili e promettenti esponenti dell’emul rock.

 

Ciò di cui si parla oggi è un altro gruppo da cover di NME, per intenderci: quattro ragazzi del sud di Londra (Kele Okereke, voce/chitarra – Russel Lissak, chitarra – Gordon Moake, basso – Matt Dong, batteria) nati a cavallo tra ’70 e ’80 e, viene da sé, troppo giovani per avere vissuto il periodo musicale che la loro musica ricorda. Se, come quella di altri, la loro proposta risulta debitrice di una tradizione passata, la spiccata attitudine danzereccia delle loro composizioni allo stesso tempo convince sempre più sulla (forse?) “reale” natura del tanto vituperato e strombazzato revival anni ’80 di cui non si fa che parlare da qualche anno. Alla luce dell’opera di DFA e dell’esordio di LCD Soundsystem sembrerebbe proprio che, dopo aver (ri)conquistato nel decennio passato il valore di “urlo generazionale” per poi progressivamente sfaldarsi nelle pieghe del “post” o essere sommerso dall’elettronica, il rock (o almeno, certo rock) è tornato a far ballare, proprio come ai vecchi tempi. Tanto basta per “giustificare” l’esistenza dei Bloc Party.

Tutto comincia verso la fine del 2002, quando una band di poco più che ventenni allora chiamata Diet realizza un demo di due brani ( This Is Not A Competition e The Answer, descritti dalla rivista Drowned in Sound come “gli Strokes sotto anfetamina che incontrano i Cure”), che dà loro l’esposizione necessaria per cominciare a suonare nei pub di Londra. La ruota comincia realmente a girare quando, nella seconda metà del 2003, un secondo demo finisce nelle mani del dj di Radio One / 6 Music Steve Lamacq: l’airplay e una live session, sono garantiti. Nel frattempo, il frontman degli Union (così il gruppo ha cominciato a farsi chiamare) Kele Okereke viene a conoscenza di una nuova band proveniente da Glasgow, i Franz Ferdinand; da quello che legge al riguardo, sembra che il suono degli scozzesi abbia molto in comune con la loro musica, e decide così di entrare in contatto con loro. Questa amicizia garantirà al gruppo - che nel frattempo ha trovato in Bloc Party la definitiva ragione sociale - l’apertura delle porte “giuste”, a partire da un concerto per la Domino (label dei FF) tenutosi all’Electrowerkz di Londra. Una volta reclutato l’ex Menswear Simon White come manager, il resto è venuto da sé: prima due 7’’distribuiti da label indipendenti (She’s Hearing Voices per Trash Aesthetics e Banquet per Moshi Moshi), poi il contratto con la Wichita e la conseguente pubblicazione di un paio di singoli in madrepatria (Little Thoughts, Helicopter); infine, nell’estate 2004 viene distribuito al di fuori della Gran Bretagna il Bloc Party EP (Wichita /V2, 2004), biglietto da visita di sei tracce che, sulla scia dell’exploit dei FF, comincia a destare attenzione intorno ai quattro londinesi in vista del primo full lenght.

Per un pubblico già sintonizzato sulle frequenze di Interpol, Rapture, !!! e Franz Ferdinand stessi, il dischetto non suona come una grande sorpresa, anzi non saranno sicuramente mancate reazioni del tipo “ma come? un’altra band che rifà la new wave???” o “c’era proprio bisogno anche di questi?”. Ad un ascolto attento tuttavia, ci si accorge presto che questi ragazzi possono già poggiarsi su uno stile consolidato - ritmiche micidiali, incastri di chitarre a orologeria, tempi in levare, soli di chitarra spastici e rumorosi (di scuola Jonny Greenwood) e soprattutto una voce espressiva e “colorata”, a metà tra il Robert Smith più giovane e il Damon Albarn più sguaiato. La personalità dunque non manca, e anzi risulta più che marcata in brani cardine come Banquet e She’s Hearing Voices (che non a caso saranno due episodi di punta dell’esordio); il resto mette ben a fuoco il potenziale dei Bloc Party, i quali mostrano di sapersi ben destreggiare tra diversi stili di matrice new wave (Talking Heads in Staying Fat, Fall in Marshals are Dead) conservando comunque un’innegabile attitudine rock (le chitarre scintillanti à la Sonic Youth di The Answer), che viene meno soltanto nel ruffiano-quanto-basta disco mix di Banquet (praticamente, un rifacimento di Blue Monday). L’ennesima band che rifà la new wave? Sì, certo. Perché no? (6.4/10)

Ricorrendo a un abusato cliché, il tanto atteso debutto Silent Alarm (Wichita/V2, 14 febbraio 2005) potrebbe essere il disco giusto al momento giusto. Magari non per il rock in generale (tanta lungimiranza la lasciamo alle testate inglesi), ma almeno per i suoi protagonisti: forti delle aspettative sorte intorno a loro, i quattro londinesi si presentano al primo appuntamento sulla lunga distanza con tredici tracce prodotte dal dj Paul Epworth (aka Phones e Echo Channel). Se vogliamo andare oltre il baraccone mediatico e il solito giochino dei richiami, possiamo parlare di un album che francamente stupisce per l’immediatezza squisitamente pop-wave delle melodie e, allo stesso tempo, per la varietà dei toni e per le sfumature che si riescono a cogliere con gli ascolti; se Banquet, She’s Hearing Voices, Helicopter, Positive Tension e Luno sono felici esempi di uno stile – personale, diretto e coinvolgente - che è già marchio di fabbrica, episodi come Blue Light, This Modern Love, So Here We Are e Plans da un lato (più rassicuranti, tra primissimi U2 e certo dream pop), e Like Eating Glass, Compliments e Pioneers dall’altro (più tesi e oscuri, nevrotici e sobbalzanti tra Joy Division / New Order e Echo and the Bunnymen) sorprendono per profondità, versatilità ed efficacia espressiva. Per alcuni Silent Alarm sarà solo l’ennesimo episodio di emul, per altri il disco più alla moda dell’anno; più semplicemente, lo si prenda come un segno inconfutabile dei tempi. Di come questi giovani musicisti abbiano metabolizzato il passato riuscendo al contempo ad essere modaioli, cool e, in altre parole, figli del loro tempo. Non ci sembra affatto poco. (7.0/10)

E infatti, tanto e tale è stato il successo di Silent Alarm da meritare addirittura per alcuni – manco a dirlo, NME in testa - la palma di disco del 2005. Come se non bastasse, con una mossa per certi versi fin troppo prevedibile (almeno per chi tracciava parallelismi tra la band di Kele e i Rapture rimodellati ad hoc da DFA), si è pensato di affidare l’album per intero a manipolatori più o meno illustri, a beneficio del popolo del dancefloor e degli ascoltatori più curiosi. Non sempre i remix di dischi “rock” (o concepiti come tali) riescono a centrare il bersaglio - il recente Guerolito beckiano ne è solo l’ultimo esempio -, e Silent Alarm Remixed (Wichita / V2, 29 agosto - ottobre 2005) finisce per dimostrarlo ancora una volta. A parte una Like Eating Glass (Ladytron Zapatista) ancora più dark dell’originale, un mix “lupesco” di Whitey non particolarmente impressionante, la Pioneers rivista dagli M83 vicinissima ai Depeche Mode di Music For The Masses e la presenza “onoraria” di Four Tet e Mogwai, l’ascolto di questi remix risulta anzichenò noiosetto, almeno al di fuori della pista da ballo.

Sarà un po' troppo scontato dirlo ma, per dirla come loro, that's the way it is: la musica dei Bloc Party in sé non ha certo bisogno di un restyle per far muovere il sedere. Un'ingenuità di troppo, che però siamo sicuri non nocerà più di tanto alla band, anzi riuscirà nell'intento di accaparrare ulteriormente proseliti. In attesa della seconda prova, di cui il recente Two More Years (Wichita / V2, 3 ottobre 2005), singolo pop ad alto contenuto romantico come piacerebbe al Robert Smith più ispirato e nostalgico, potrebbe essere un antipasto; notare come la versione di Banquet firmata Mike Skinner / The Streets sia stata pubblicata come doppio lato A del dischetto, e la b-side Hero ammorbidisce ulteriormente i toni. vorrà dire qualcosa?(5.0/10 ai remix, 6.7/10 al singolo).

 

In Inghilterra l'uscita di questo "A Weekend In The City" la si aspettava quanto l'uscita di un album degli Oasis. Il quartetto britannico in questione è infatti risultato la migliore scoperta brit-rock del 2004, superando di gran lunga i concittadini Kaiser Chief in quanto a livello compositivo. Un mix di indie, ritmiche drum n' bass, sonorità psichedeliche ed un retrogusto vocale che riporta ai bei tempi di Morrisey negli Smiths: i Bloc Party si potrebbero riassumere in questo modo. Il tanto atteso secondo lavoro parte con "Song For Clay (Disappear Here)", brano ritmato ma dai risvolti dark e barocchi. "Hunting For Witches" invece riporta la band alle sonorità attraverso cui il pubblico li ha conosciuti, sostenuta da un riff 'bastardo' quanto serve, decisamente uno dei brani più riusciti del lavoro. "Waiting For The 7.18" ammorbidisce i toni, senza però toccare in modo decisivo la ballata. "The Prayer" è il primo singolo dell'album, elettronico, quasi completamente sprovvisto di chitarre, e sorretto da un synth dal sapore techno-trance. E' infatti quest'ultimo elemento a differenziare "A Weekend In The City" dal precedente "Silent Alarm", l'ampliamento del loro inconfondibile sound grazie all'aggiunta di tastiere, oltre alla scelta di aumentare in maniera smodata il numero di brani melodici del CD. Questa seconda caratteristica sembra però andare a loro svantaggio: manca infatti il ritmo incalzante del loro esordio, nonchè, in parte, la loro freschezza e la loro voglia di non prendersi troppo sul serio. Parliamoci chiaro, il loro stile rimane, il problema è che ai primi ascolti si fa fatica ad arrivare a fine lavoro.

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